In due semplici parole..., il neo paracadutista Federico GAVIOLI, del 3^ Corso di paracadutismo, ci scrive:
Ciao Marco.
Difficile a parole descrivere l'esperienza vissuta. Provo difficoltà a trasferire qualcosa senza un precedente. Ma tenterò comunque scusandomi con Te degli eventuali errori.
Trovandosi per la prima volta in assoluto di fronte ad un'esperienza nuova, la difficoltà interiore maggiore, è quella dell'insicurezza. Della paura dell'abbandono essendo lasciati a se stessi. Consapevole certo di stare per affrontare un qualcosa di atipico, di innaturale, come appunto l'abbandono a qualsiasi contatto con il mondo (pavimento, pareti, terreno ecc. ecc), ho
trovato estremamente confortante l'aiuto degli istruttori che peraltro ci hanno seguito con pazienza, delicatezza e grande cortesia. Il passo che stavamo per fare non era da tutti ed anche loro, prima di Noi, sapevano ciò.
Se fossi stato al Loro posto Mi sarei comportato in modo identico.
Ho trovato molto utile il rigore imposto dal corso Militare ed anche nella cortesia dimostratami da chi, come Me, affrontava questo pianeta fatto di aria e silenzio.
Certo, in condizioni come questa, è molto più facile creare legami forti con il prossimo perché accomunati dagli stessi timori e dubbi...quindi tutti allo stesso identico livello senza presunzione di saperne di più. Ritengo
che le preparazioni precendenti svolgano un ruolo importante per lo svolgimento corretto dei lanci, soprattutto il primo. Dimenticanze banali
durante le procedure simulate a terra ce ne sono state da parte Mia. In aria sono diventate inconsciamente automatiche ed indispensabili per mantenere la concentrazione su ciò che stava accadendo. Contare Mi sembrava innaturale ma
è stato ciò che ne vuoto Mi ha permesso di restare lucido,
Il primo lancio è stato difficoltoso. L'entrata nel velivolo, il decollo, l'odore del carburante, la quota, la virata, i volti
dei compagni tesi e pallidi...ero lì, ormai ero in volo. L'apertura del portellone è stato un colpo al cuore osservando la quota. Tutto era terribilmente vicino! La rapidità dell'uscita di tutti quanti Noi come di altri evita sicuramente indecisioni rischiose...è arrivato il Mio turno..."Alla porta"...il cuore si è fermato ed il cervello entra in stasi...neanche il tempo di pensare "ci siamo" che le mani mi spingono fuori come avevo imparato a terra. La vista Mi diventa grigia pur continuando a
fissare l'emergenza rigido e con la posizione prestabilita...Mi aiuto con il conteggio non controllato dalla coscenza ma dall'automatismo appreso. Al
1003 arriva il silenzio e la vibrazione del dispositivo che sembra essersi aperto sulle bretelle...sono cosciente di tutto ciò che è successo ma neanche il cuore ha avuto il coraggio di fare movimenti per evitare chissà quale errore del corpo...al 1005 guardo in alto (ormai il vento è scomparso da
poco e l'imbrago si adatta al corpo addolcendone l'aderenza ed il dolore accusato sulle spalle). Conto forte (mai fatto così forte a terra per timidezza o leggerezza, non sò) "uno" e "due"...la calotta è intatta e perfettamente circolare. Per la prima volta sento il paracadute sopra di Me che Mi sostiene con una leggerezza impensabile. Nessuna emergenza ed il
cuore riparte lentamente, resta il silenzio ed una sensazione di rinascita. Io e la calotta sopra all'aeroporto grande come una carta da gioco. Mi guardo attorno ed i Miei compagni che seguono rotte ed altezze completamente
diverse. C'è chi urla come nell'assalto all'arma bianca, ma non li
riconosco...sembrano tutti uguali. Ruoto di 360° a destra come Mi hanno insegnato e capisco che il dispositivo risponde. Ero stato molto attento già
da terra alla direzione del vento e cercai fin dai primi istanti
dall'apertura di mantenermi contro vento come appreso. Le variazioni di posizione erano dolci...appena un'attimo dopo aver trazionato il comando...la pista era più grande ora. Stavo volando. La Mia direzione
cambiò improvvisamente portandomi lateralmente...era giusto correggere fino a rientrare nell'area delimitata dalla rete. Ho iniziato a scegliere il
punto sotto di Me. Avrei voluto essere più vicino agli hangar ma ero lì...inutile tentare di avvicinarmi. Ho preferito concentrarmi su quel punto. Il sole era calato un pò di più ed il furgone del recupero viaggiava
veloce lungo la strada, mi chiedevo da inesperto che cosa servisse mentre lo osservavo dall'alto. Grande sicurezza l'ho ricevuta dai pneumatici sparsi
lungo il prato perchè, dall'alto, l'erba sembra sempre erba...tutta uguale. Il vento Mi spostava leggermente verso sinistra ed il furgone veniva verso
di Me. Iniziai a distinguere i fili d'erba e toccai il terreno. La caduta è stata morbida e senza neanche tanta concentrazione, la capovolta è arrivata
automatica. La calotta si è spenta ed Io in piedi...tutto era già finito, purtroppo, troppo velocemente.
All'una di notte decisi di addormentarmi e ciò che avevo fatto qualche ora prima Mi arrivò addosso come un pugno allo stomaco ma gli occhi si chiusero
in automatico ed arrivò mattina con una serenità mai avuta prima.Ripensandoci a freddo, l'osservare la calotta attentamente per studiarne ogni centimetro quadrato sarebbe impossibile il due soli secondi ma lo shock
d'apertura, seguito dal silenzio più totale Mi avevano già dato
inconsciamente una certezza sulla corretta apertura. Nessun rumore di flussi d'aria attraverso ipotetici strappi della calotta (può darsi che le
lacerazioni non facciano rumore, sicuramente Mi sbaglio)l'occhiata attenta è arrivata comunque automatica, non Mi potevo permettere false valutazioni.
Questo è quello che riguarda il Mio primo lancio di Sabato al Tramonto. Ho scritto molto? Ho scritto poco? Dimmi Tu...è quello che sentivo dentro.
Ieri Sera sono arrivato a casa in mimetica...quasi in catalessi...svuoto le tasche e trovo il distintivo lo mostro a Mia Moglie e per mezz'ora piango.
Ce l'avevo fatta!
Paracadutista Federico Gavioli